Avremo più madri quando per far crescere una vita una donna non dovrà più amputare la propria

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Lo stato interessante è il modo eufemistico con cui dall’800 in poi ci si riferisce con inspiegabile pudore all’esperienza della gravidanza. È un’espressione ipocrita, perché nella realtà non c’è niente che riceva dalle persone e dalle istituzioni più disinteresse del destino di una donna incinta.

Lo ha spiegato molto bene Chiara Appendino, al settimo mese di attesa del secondo figlio, con un post su Facebook. La sindaca di Torino – al netto dei cascami sulla gravidanza definita “momento più bello della vita” – è puntuale nel dire che, in assenza di vere politiche di welfare, la gravidanza rischia di essere un’esperienza angosciante, che minaccia la stabilità economica ed emotiva delle donne che non possono contare su altri supporti. È significativo che a parlare del deficit di servizi alla genitorialità sia una donna politica e che parta dalla propria esperienza.

L’attuale stato sociale in Italia è pensato per lasciare le donne preferenzialmente a casa a occuparsi della cura di anziani e bambini. Sul disincentivare il lavoro fuori casa il sistema è stato efficientissimo: l’Italia ha i tassi di occupazione femminile più bassi in Europa dopo la Grecia e le statistiche dicono che 25.000 donne all’anno lasciano il lavoro dopo la prima nascita. Per contro, una donna su quattro sceglie proprio di non mettere al mondo, piuttosto che perdere le opportunità faticosamente conquistate con lo studio e il lavoro.

Le campagne paternaliste come l’indimenticato Fertility Day, che scaricano sulle donne la responsabilità delle culle vuote, non solo non servono a nulla, ma sono offensive e umilianti. Negli stati dove esiste un buon welfare familiare, le nascite ci sono, le donne non lasciano il lavoro e i padri si assumono le responsabilità di cura senza che nessuno li chiami “mammi” o dica loro che stanno facendo i babysitter della loro stessa prole. Le donne italiane ricominceranno a diventare madri solo quando per far crescere una vita non sarà più necessario amputare la propria.

La riflessione completa di Michela Murgia (@michimurgia) su Repubblica