Ogni genitore desidera accompagnare con amore il proprio bambino verso comportamenti adeguati e rispettosi delle regole sociali. Tuttavia, ci sono momenti in cui i piccoli sembrano non voler ascoltare e mettono a dura prova la pazienza degli adulti. In queste situazioni può accadere di perdere il controllo, alzare la voce o, nei casi peggiori, ricorrere a una punizione fisica. Ma davvero queste modalità aiutano a educare?

La risposta è no: urla e sculaccioni non hanno un reale valore educativo. Possono ottenere un effetto immediato, ma col tempo perdono di efficacia e, soprattutto, trasmettono al bambino un modello di comportamento inadeguato, che rischia di replicare gridando o colpendo quando vuole qualcosa. Meglio, quindi, riservare l’uso della “voce grossa” solo a poche circostanze in cui è necessario sottolineare un pericolo o un’urgenza reale. Spesso infatti, le nostre reazioni eccessive sono un segnale che abbiamo bisogno di prenderci un momento di pausa per noi stessi.

L’educazione di un bambino non può prescindere dalla comprensione delle sue emozioni. Capricci, urla e calci nascono dalla stessa causa che fa perdere la pazienza anche a noi: la frustrazione. Anche dietro richieste apparentemente assurde (“voglio la luna!”) si nasconde un disagio, un dispiacere o un’ansia. È giusto rimproverare, porre limiti o applicare conseguenze, ma sempre tenendo conto dei sentimenti e del punto di vista del bambino.

Quando la situazione rischia di degenerare, può essere utile ricorrere al cosiddetto “time out”: un momento di pausa per permettere a tutti di calmarsi. Significa prendere atto della tensione e fermarsi: “Siamo troppo arrabbiati per parlarne ora, ci serve uno stacco”. Questo può voler dire accompagnare il bambino nella sua stanza o, se ci si trova fuori casa, portarlo in un luogo tranquillo. Il piccolo può rimanere da solo o, se lo desidera, restare insieme al genitore in uno spazio di “ritiro”.

In questo tempo dedicato, è importante riconoscere e nominare le emozioni del bambino: “Sei arrabbiato perché la tua costruzione è crollata e ci sei rimasto molto male”, oppure “Capisco che sei frustrato perché tuo fratello ha preso i tuoi giochi, ma non posso permetterti di fargli del male”. In questo modo, il bambino percepisce che il suo stato d’animo è compreso, e che non è lui a essere “cattivo”, ma che ha semplicemente bisogno di imparare a gestire la propria rabbia.